ANALISI: “LA GRANDE BELLEZZA”

 

La grande bellezza di Paolo Sorrentino (2013), capolavoro sì? Capolavoro no?

Capolavoro. Sì.

 

Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione.

Tutto il resto è delusione e fatica.

Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario.

Ecco la sua forza.

 

Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato.

È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia.

Lo dice Littré. Lui non si sbaglia mai.

 

E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto.

Basta chiudere gli occhi.

 

È dall’altra parte della vita.

                                                                      Louis-Ferdinand Céline

                                                                     Viaggio al termine della notte

                                                                                                                             “

 

Paolo Sorrentino esprime fin dai primi fotogrammi la sua onestà nei confronti dello spettatore attraverso questa citazione, una sorta di dichiarazione di poetica.

 

Il regista ci avverte che quello che stiamo per vedere è, sì germogliato dalla realtà, ma è una finzione. Una finzione che vuole ricreare una realtà a parte, cinematografica, meno vera ma altrettanto, o forse anche più, efficace.

 

La grande bellezza ha suscitato giudizi discordanti, principalmente perché è un film non di facile “lettura”.

 

Si regge su una costruzione dualistica che ritroviamo lungo tutto il film.

 

Ci sono due racconti filmici che corrono su due binari paralleli.

 

Il primo è la vicenda di Jep Gambardella.

 

Jep (uno straordinario Toni Servillo) ci viene presentato da subito, guarda caso, come l’emblema del dualismo.

Di notte è il re della mondanità, giornalista napoletano cinico e ironico; di giorno è uno scrittore che ha perso l’ispirazione, un uomo nostalgico, da sempre “destinato alla sensibilità”.

 

jep jep1

 

La ragione per cui Jep non riesce a scrivere un nuovo romanzo è la perdita di quello che lo aveva ispirato la prima volta: la grande bellezza, il suo primo amore (Elisa De Santis).

E questa è anche la ragione che spiega la malinconia nei suoi occhi, soprattutto nelle scene in cui compaiono dei bambini (quando incontra il marito di Elisa la prima cosa che gli chiede è “Avete avuto figli?”).

Jep rimpiange la vita che non ha avuto, i figli che non ha avuto, con l’unica donna che ha amato e che ama ancora.

 

I personaggi che si rivelano fondamentali per ritrovare la strada verso l’ispirazione artistica sono due figure femminili: Ramona, con cui Jep riesce a condividere la “sensibilità”, e la Santa che, attraverso il discorso sull’importanza delle radici e la metafora della Scala di San Giovanni, gli fa finalmente capire dove e come andare a cercare la grande bellezza e l’ispirazione per tornare a scrivere.

La vicenda di Jep si chiude, infatti, con un suggestivo monologo in voice over in cui, oltrepassando la quarta parete, ci dice “Che questo romanzo abbia inizio”.

 

 

Il secondo racconto che, come ho detto, corre parallelamente a questo, riguarda proprio la grande bellezza.

 

E può essere riassunto in una frase che viene fatta dire dalla direttrice del giornale per cui Jep lavora: “Il vecchio è meglio del nuovo”.

 

Il regista contrappone l’arte, quella vera, alla non-arte.

Il suo obiettivo è quello di riposizionare al centro dell’attenzione l’arte, la bellezza, la cultura, quella vera, quella che si sta perdendo di vista e che si fa troppo spesso fatica a riconoscere e apprezzare.

 

La sequenza che apre questo discorso è quella della performer Talia Concept, la ragazza che prende una lunga rincorsa per andare a sbattersi la testa contro un’immensa costruzione architettonica antica.

Un po’ come voler dire che l’arte contemporanea, l’arte concettuale e performativa, si scontra con l’arte antica (classica, moderna… ci siamo capiti) e non può che frantumarsi al contatto con essa.

 

taliaconcept

 

Questo concetto è espresso anche attraverso la composizione delle inquadrature.

La porzione di campo occupata dalla performer rispetto a quella occupata dall’opera architettonica è praticamente irrilevante.

E se non bastassero le immagini e le scelte formali per farci capire questo concetto, il regista ce lo fa capire anche attraverso le parole, durante l’intervista che Jep poi fa a Talia Concept, in cui la performer si rende ridicola grazie alle sue stesse parole messe lì a caso (di cui, infatti, non sa neanche spiegare il significato).

 

Per tutto il film ritroviamo frammenti che Sorrentino ha inserito, in un ordine tutt’altro che scontato o casuale, per portare avanti questo discorso su ciò che è artistico e ciò che non lo è, su ciò che è bello e ciò che non lo è.

Esemplare la sequenza del chirurgo plastico: la “post-moderna” ricerca della grande bellezza. Individuale e inutile. Mentre la scena in sé, da un punto di vista ritmico-formale e visuale, è indubbiamente bella.

 

Un continuo contrasto, appunto.

 

Un altro esempio di questo contrasto, di questo dualismo, è la contrapposizione di due scene, diegeticamente non consecutive e apparentemente (se non si sta attenti) non collegate, che racchiude in sé tutto il senso di quella sensibilità a cui il protagonista è destinato. La stessa sensibilità per le cose davvero belle che Jep condivide con il suo creatore Paolo Sorrentino.

 

La prima scena è quella in cui Orietta (una delle tante donne occasionali di Jep e una dei tanti personaggi stereotipizzati e caricaturali che popolano il film) parla delle foto che si scatta tutti i giorni e pubblica su Facebook. E il nostro caro protagonista è talmente poco interessato che se ne va prima che la donna torni in camera col computer per mostrargliele.

 

L’altra scena è quando, più avanti nel film, Jep va a vedere una mostra fotografica allestita da un ragazzo. Un collage di foto di se stesso, una foto per ogni giorno di vita. Jep rimane allo stesso tempo incantato e commosso dalla bellezza di vedere scorrere una vita attraverso le immagini. Quella “fatica di vivere” che nelle parole di Sorrentino è la vera grande bellezza.

 

fotografie

 

 

Stilisticamente il film è un compendio di talento, cultura, gusto estetico e omaggi artistici non soltanto cinematografici.

 

Partiamo dalla colonna sonora.

 

La colonna sonora è un continuo andirivieni fra musica sacra e profana, sonorità antiche e canzoni commerciali da balli di gruppo.

E attraverso la colonna sonora il regista lega insieme i due racconti di cui parlavo e mette degli accenti sulle scene o frammenti che potrebbero sembrare isolati o fini a se stessi. Come quello della madre che cerca sua figlia o quello, magico, in cui Jep incontra casualmente e inaspettatamente Fanny Ardant, frammenti che, contrariamente alla loro brevità o apparente casualità, hanno un ruolo chiave nel cogliere la complessità del protagonista.

 

 

Per quanto riguarda lo stile registico Sorrentino non cade mai nel manierismo fine a se stesso.

I movimenti di macchina sono dinamici, cadenzati, sinuosi, spesso con cambi di velocità e angolazione che danno una piacevole sensazione di vuoto, quella che ti lascia senza fiato.

Ogni inquadratura contiene equilibrio e contrasto allo stesso tempo. Come nelle migliori opere d’arte.

Ogni inquadratura è un’opera d’arte, un quadro (o rettangolo) magico.

Il montaggio è delicato, non ci sono mai tagli bruschi o azzardati.

Ci sono però dei bellissimi “ponti sonori”, cioè quando la musica, le voci o i rumori di un’inquadratura si iniziano a sentire prima di vedere le immagini (se hai la curiosità di approfondire questi aspetti tecnici ti consiglio questo libro).

 

È un film fatto da un esteta per gli esteti.

 

E la scena della giraffa ne è la più completa dimostrazione.

 

giraffa1

 

Qualunque significato le si voglia dare (anche nessuno), rimane una delle più belle scene cinematografiche del cinema italiano dell’ultimo mezzo secolo.

 

Anche la fotografia di Luca Bigazzi merita la nostra attenzione.

Grazie a tonalità cromatiche giallo ocra, riesce a creare perfettamente l’atmosfera di una città eternamente magnifica ma morta, “morta duemila anni fa e profuma ancora” come dice Sorrentino, una Roma che ricorda la Norma Desmond di Sunset Blvd..

Se si osserva bene la luce, il contrasto, la saturazione del bianco in alcune scene come quella della visita notturna ai palazzi, si può notare una fortissima somiglianza alle opere di Caravaggio (il più grande direttore della fotografia della storia), soprattutto a opere come La vocazione di San Matteo e Amor vincit omnia.

 

visita-notturna1 visita-notturna2

amor-vincit-omnia

 

Gli ambienti in ombra, i soggetti illuminati non si sa di preciso da quale fonte luminosa, la luce giallastra che accarezza le pareti e i pavimenti.

Un’aura romantica, decadente e magnetica.

 

 

Per quanto riguarda l’accostamento tra La grande bellezza e La dolce vita di Federico Fellini, possiamo dire che effettivamente ci sono senza dubbio degli omaggi al maestro.

La vista dal basso della tromba delle scale (immediatamente prima della notizia inaspettata di una morte), i temi del giornalismo, della letteratura, della mondanità.

 

scale scale1

 

Ma, come ci tiene a dire Paolo Sorrentino, i temi possono essere simili ma il modo in cui vengono trattati è completamente diverso, sia cinematograficamente sia drammaturgicamente.

Sorrentino non aveva alcuna intenzione di imitare lo stile unico di Fellini, né tantomeno fare il sequel de La dolce vita.

 

Anzi, a dire la verità, personalmente trovo più punti in comune con  che con La dolce vita.

Intanto la scena dell’ascensore.

 

ascensore1 ascensore2

 

E il personaggio interpretato da Serena Grandi a me ricorda tanto Saraghina.

 

saraghina1 saraghina2

 

E ancora la mondanità, il turn-over di donne, le figure religiose ritratte in maniera ambigua, sono tutti elementi di cui 8½ è pieno.

Ma lasciando stare questi omaggi/riferimenti/citazioni, la somiglianza più forte riguarda il protagonista.

Sì perché Jep Gambardella, più che ricordare il mondano giornalista Marcello Rubini de La dolce vita, a me ricorda il Guido Anselmi di , un uomo che non riesce a ritrovare l’ispirazione, in questo caso cinematografica (per chi ancora non avesse visto e non so cosa stia aspettando, Guido Anselmi è un regista).

La perdita dell’ispirazione è il tema centrale su cui ruota tutta la vicenda di Jep Gambardella, quel malessere e quell’insoddisfazione che lo portano a essere cinico, nostalgico, apparentemente insensibile ma in realtà ipersensibile. E che lo portano a visioni oniriche, da sveglio o in sogno, reali o immaginarie. Cambia poco.

È un tema che ha molto più peso di una caratterizzazione espressa in termini di professione, abitudini e compagnie. Riguarda il personaggio nella sua caratterizzazione psicologica, nella sua essenza.

Per questo, per me, Jep somiglia molto più a Guido Anselmi che a Marcello Rubini.

 

Ma, a fronte di alcune analogie, ci sono delle differenze rilevanti fra Jep e entrambi i due personaggi felliniani.

Guido e Marcello sono due uomini pervasi da un’inettitudine tale che non permette loro di uscire dalla condizione di dover subire gli eventi piuttosto che deciderne il corso.

Jep, al contrario, non è un uomo debole. Si muove con disinvoltura in ogni ambiente o situazione, si sente fuori luogo e si sente malinconico e nostalgico per scelte che ha preso consapevolmente.

Jep non subisce gli eventi, ha il potere di cambiarli (così come si è “guadagnato” il potere di fare fallire le feste).

E, alla fine, trova il modo e decide di ritornare alle famose “radici” e iniziare finalmente il tanto atteso nuovo romanzo.

 

jep3

 

 

Questo film è un inno alla bellezza, alla grande bellezza. Davvero.

 

Per questo amo La grande bellezza.

 

Non credo ci sia altro da aggiungere.

 

Se non l’hai ancora visto, guardalo. Se non ti è piaciuto, riguardalo. E prova a capirlo con gli occhi, non con la ragione.

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