10 FILM “2000” DA (RI)SCOPRIRE

Invece di fare un’invettiva contro qualcosa o di esporre qualche teoria filosofico-estetica, questa volta ho deciso di scrivere un articolo diverso, più leggero, più tranquillo, perché anche a me serve una pausa da me stessa.

E, così, al posto di scrivere qualcosa che dissuade, che toglie, che smonta, che contraddice, che sentenzia, voglio scrivere qualcosa che dà. Un regalo, quindi… che magari è un pacco, ma è il pensiero quello che conta, no?

E, quindi, ho pensato di fare una lista di film da (ri)scoprire. Le liste vanno di moda.

Inizialmente, quando avevo avuto l’idea di suggerire dei titoli sottovalutati o poco conosciuti, non avevo pensato a nessun periodo o decennio in particolare. Poi, invece, i titoli sul mio quaderno di appunti aumentavano e ho capito che avrei dovuto suddividerli secondo qualche criterio. Così io ho materiale per più di un articolo, e tu non devi leggere una lista di 100 film.

E, quindi, ho pensato di iniziare con i film del nuovo millennio. La parola “duemila” va di moda.

Non ho detto “I 10 film”… “10 film”.  Senza articolo determinativo.

Ho scelto dieci film post 2000 che, secondo me , meritano più attenzione. E questi sono semplicemente quelli che mi sono venuti in mente in questi giorni. La lista avrebbe potuto essere completamente diversa se avessi scritto il post due settimane fa o fra due settimane. Quello che è certo è che in questa lista non avresti comunque trovato titoli di film usciti nel ventunesimo secolo che sono dei capolavori conclamati.

Un’altra cosa certa è che non troverai grandi riferimenti alle varie trame, troverai una mia breve descrizione dei film, di quello che per me è importante, cioè i motivi per cui ognuno di questi film è finito in questa lista.

Alcuni di questi film probabilmente li conosci già bene, alcuni non li ricordi e alcuni forse non li hai mai sentiti nominare. Onestamente non so quale proporzione mi renderebbe più felice. Certo, potrebbe farmi solo piacere farti scoprire un film di cui non sapevi l’esistenza che magari diventerà il tuo film preferito. Non si sa mai…

 

 

1) THE CELL (2000 – Tarsem Singh)

 

 

Lascia stare la trama, lascia stare che la protagonista è Jennifer Lopez, e lascia stare che queste e altre cose fanno di questo film un buon prodotto commerciale. A me tutte queste cose non interessano. Non bisogna farsi influenzare dal “marketing” o dal “branding” di un film.

Guardando The cell senza essere prevenuti e aprendoci il più possibile a tutto quello che si presenta sullo schermo, abbiamo la possibilità di vivere un’esperienza percettiva potentissima.

La bellezza del film sta proprio nella potenza delle immagini.

 

 

Per questo horror/thriller/sci-fi il regista indiano ha fatto delle scelte estetiche che meritano un applauso.

Si è rifatto alla migliore tradizione surrealista (Dalì e Magritte) e alle opere di artisti contemporanei che puntano più a un senso estetico che a uno contenutistico. Pane per i miei denti, quindi.

Le composizioni del campo visivo, i colori, le inquadrature sono belle e potenti con l’unico intento di disturbare la mente e i sensi dello spettatore. E ci riescono. Il commento musicale non è da meno, con sonorità che sembrano contemporaneamente familiari e distanti anni luce dal nostro mondo.

 

 

Un bellissimo incubo.

 

 

 

2) NOTRE MUSIQUE (2004 – Jean-Luc Godard)

 

 

Jean-Luc Godard è uno dei registi più importanti della storia del cinema, uno dei massimi esponenti della Nouvelle Vague, che ha diretto À bout de souffleLe méprisBande à part e altre decine di capolavori. E, nel 2004, ha realizzato quest’altro capolavoro che, però, non è considerato per quello che merita.

Il film è suddiviso in 3 capitoli (“regni”): Inferno, Purgatorio e Paradiso. Hanno lunghezza diversa e, naturalmente, il regno del purgatorio è quello che dura di più e occupa quasi tutto il film. Una struttura dantesca che in Godard si trasforma, da una Divina Commedia, a una Umana Tragedia.

I tre capitoli corrispondono ad altrettanti stili di racconto ed espressivi.

L’Inferno rimanda al cinema sovietico di inizio Novecento e in modo particolare all’esperimento “docu-grafico” (e manifesto formalista) di Dziga Vertov, Chelovek s kino-apparatom (L’uomo con la macchina da presa). Rispetto a questo, che dimostrava le potenzialità tecnico-espressive della macchina da presa (e che è diventato involontariamente anche un prezioso documento storiografico), il primo capitolo di Notre musique, attraverso la successione non ordinata di immagini in bianco e nero e immagini a colori (iper-saturate), non resta in superficie; è, sì, un frammento puramente cinematografico (le immagini sono prese da scene di guerra reali o cinematografiche di qualunque epoca), ma riesce ad avere una potenza espressiva tale da diventare immediatamente narrativo. Queste immagini, ordinate casualmente ma legate dallo stesso insanguinato filo umano, sono accompagnate da un pianoforte così tagliente e destabilizzante che scava così in profondità dentro di noi fino a farci provare un senso di colpa universale.

 

 

Il Purgatorio ha sembianze narrative ma lo stile è lontanissimo dal classicismo cinematografico occidentale. È una narrazione che si traveste da realismo ma che ogni tanto esplode in tutto il suo surrealismo, necessario a dire quello che non si può dire in casa della realtà, se causalità e cronologicità stanno ascoltando. Il racconto diventa poi meta-cinematografico, con Godard che interpreta se stesso, senza mai essere gratuito o pretenzioso, anzi applicando un discorso tecnico del cinema al discorso politico.

 

 

Il Paradiso è bello, ma non così bello da dover sperare di andarci. L’ultimo capitolo è il più breve ed è quello con lo stile visivo più moderato e meno interessante. Di proposito.

 

 

Anche le parole hanno un immenso peso nell’impatto emotivo del film. E impatto è proprio la parola giusta, Notre musique investe lo spettatore con tutta la sua potenza visiva, sonora e “letteraria”.

Non è un film che vuole essere delicato, ma riesce ugualmente a essere una poesia.

 

 

3) 13 TZAMETI (2005 – Géla Babluani)

 

 

13 Tzameti non è propriamente un thriller. Non è nemmeno propriamente un film drammatico. È angoscia. Ed è ansia. Non è un thriller nel senso usuale del termine perché questa angoscia e questa ansia non ci fanno desiderare così tanto di vedere cosa succede. E, anche se è un vero dramma, non è un vero film drammatico perché l’umanità è del tutto azzerata.

Le emozioni umane sono appiattite dentro il film e fuori dal film per lo spettatore si riduce tutto a una sola emozione, l’angoscia. E il bianco e nero era l’unica scelta possibile. Non ci sono sfumature emotive e non ci sono sfumature cromatiche. Un bianco e nero anestetico.

Non posso dire molto altro riguardo questo film, non perché non ci sia granché da dire ma perché è uno di quei film di cui è meglio parlare solo dopo averlo visto.

Anche se forse non l’ho saputo “vendere” con questa breve descrizione, ti consiglio di guardarlo. Non sarà il film più rivoluzionario di tutti i tempi ma ti lascia con un vuoto, con una sensazione di fastidio e di dubbio esistenziale.

È un’esperienza angosciante da provare.

 

 

4) LOS CRONOCRÍMENES (TIMECRIMES, 2007 – Nacho Vigalondo)

 

 

Los cronocrímenes per qualche strana ragione non è mai uscito in Italia. È un film che sta acquistando sempre maggiore popolarità ma che resta sempre in quella categoria che si può chiamare “underground”.

Come ormai sai e sei stanco di sentire, io sono più per la forma che per il contenuto. Ma ho anche affermato altre volte che tutto dipende dal film che sto guardando, perché bisogna sempre rispettare le intenzioni dell’artista che ha ideato e realizzato l’opera.

In questo film lo stile visivo è stato lasciato il più realista possibile, con una narrazione invisibile (classica) che lascia la parola alla vicenda del protagonista Hector.

Perché la vicenda di Hector è una di quelle che ti fanno andare il cervello in sciopero.

E, quando il film è finito, la situazione non è detto che migliorerà.

Los cronocrímenes è un thriller fantascientifico molto ritmato, con un commento sonoro che sembra un’amplificazione e una continuazione del nostro battito cardiaco.

È uno di quei film che quando finiscono dici “Da capo”.

 

 

 

5) LÅT DEN RÄTTE KOMMA IN (LASCIAMI ENTRARE, 2008 – Tomas Alfredson)

 

 

 

Quanti film sui vampiri sono stati fatti? In bianco e nero, a colori, cult, saghe, anche serie tv…

Devo dire che difficilmente un film sui vampiri riesce a colpirmi, a meno che non parliamo di Nosferatu di Murnau o di Bram Stoker’s Dracula di Coppola.

Låt den rätte komma in è uno dei film più belli che io abbia mai visto sull’inflazionatissimo tema dei vampiri.

Racconta una storia incantevole in un modo incantevole.

I suoi colori e silenzi tipicamente scandinavi (il film è svedese) lo rendono una fiaba di altri mondi e di altri tempi ma estremamente umana allo stesso tempo.

Questo film dovrebbe essere etichettato come horror ma, come in moltissimi casi, un’etichetta di una singola parola è troppo riduttiva. Sì, c’è parecchio sangue… è sempre e comunque la storia di un vampiro… ma Låt den rätte komma in ha un’anima così leggera, innocente e romantica che riesce a volare liberandosi del peso della sua sostanza di film sui vampiri e del peso della sua etichetta horror.

 

 

 

 

6) MARTYRS (2008 – Pascal Laugier)

 

 

Allora…

Questo è un film che non mi sento di consigliare a tutti, perché ci vuole uno stomaco forte. Chi non riesce a guardare horror, splatter, snuff senza coprirsi gli occhi o scappare non riuscirà ad apprezzare Martyrs, molto probabilmente non riuscirà nemmeno ad arrivare a tre quarti di film.

Se, invece, sei abituato a questi generi di film e non sei facilmente impressionabile, questo è un film che devi proprio vedere.

Pascal Laugier è riuscito a realizzare un horror geniale. Laugier ha sia scritto sia diretto il film. Tanto di cappello.

L’idea che sta alla base di tutto il film è molto intelligente e anche molto originale.

Il film è stilisticamente anche molto ben riuscito, la regia è funzionale ma anche esteticamente piacevole.

Il racconto sfrutta tutti gli elementi del genere cinematografico “torture porn” (il genere in cui rientra Hostel, per capirci) riuscendosi a elevare a uno status di film d’autore. Perché esiste una vera drammaturgia, che ispessisce il film e gli dà una sostanza reale e densa. I personaggi sono ben sviluppati e il regista gestisce un gioco di passaggi di punti di vista che è raro in un genere in cui solitamente tutto è sullo stesso livello ed è fine a se stesso. Unico esempio di cui io sia a conoscenza in cui un film horror riesce ad andare così oltre… scende oltre il fondo per poi elevarsi oltre l’infinito.

Un film disperato. Un film tremendamente umano nelle domande a cui tenta di rispondere.

 

 

 

 

7) SYNECDOCHE, NEW YORK (2008 – Charlie Kaufman)

 

 

Charlie Kaufman è l’autore che ha scritto Eternal sunshine of the spotless mind(Se mi lasci ti cancello, non voglio nemmeno commentare questa traduzione italiana del titolo), Being John Malkovich, per intenderci. Una mente malata, ecco… E nel 2008, non solo ha scritto Synecdoche, New York, ma lo ha anche diretto.

Se conosci le sceneggiature di Kaufman puoi già immaginare il livello di follia raggiunto da questo film.

Non è facile parlarne brevemente, perché il film è di una tale complessità che meriterebbe due volumi enciclopedici.

Synecdoche , New York è un camaleonte, è una malattia mentale, è un genio rinchiuso in un manicomio, è una storia scritta a otto mani da Kafka, Proust, Pirandello e Jung.

È un film che cambia costantemente pelle, che evolve e involve senza sosta. Ogni elemento subisce numerose metamorfosi e si sdoppia, si triplica, si sviluppa e muore, o muore prima di svilupparsi.

Il film inizia e inizia a caratterizzarsi, a prendere forma… e poi diventa un altro film… e così via, fino a non capire più niente.

E la cosa geniale sta nel fatto che c’è comunque un unico protagonista e, soprattutto, che il tempo segue sempre un ordine cronologico. Sembra scontato questo fatto dell’ordine cronologico ma in questo film non è una cosa scontata, è una cosa strana. E difficile. Perché il tempo è manipolato insieme alla realtà, ma sono la durata e lo scorrere del tempo a essere distorti, e questi elementi temporali funzionano diversamente per ogni personaggio. Ma l’ordine è sempre in un’unica direzione, quella logica, quella che conosciamo… ordine cronologico, da un punto A a un punto B a un punto C ecc…

Assurdo e schizofrenico. Non mi viene nient’altro da dire.

 

 

 

 

8) HOLY MOTORS (2012 – Leos Carax)

 

 

Non posso dire niente della trama di Holy Motors, perché il film vuole avere un messaggio narrativo preciso, che va scoperto a tempo debito.

Ma, il fatto che nel film sia racchiuso un messaggio, non vuol dire che questo sia l’elemento più importante.

Perché, a mio avviso, l’elemento più importante di questo film è l’artisticità delle immagini. I vari pezzi di ogni scena si compongono di continuo per creare delle immagini di una bellezza incontenibile, una bellezza nuova…

La cosa che rende questo film così spettacolare (nel più letterale senso della parola) è, infatti, la fotografia. Immagini fortemente contrastate, colori magnetici…

 

 

Tutti gli altri elementi non possono essere trascurati, ma rischierei di scrivere una monografia. Quello che voglio dire è che, da esteta, vedendo il film in tutto il suo splendore visivo, anche se non ci fosse stato nessun significato, io sarei stata contenta ugualmente.

Questo è un film molto particolare, nelle intenzioni e nei modi, nel non poter essere definito, nel non lasciarsi rinchiudere nella gabbia di un genere, nell’analisi che fa, senza farsi accorgere, di una realtà, di una società, di un tempo. E poi… quando ti lascia pensare di aver capito, di aver colto il messaggio, ti fa una supercazzola e se ne va.

Holy Motors ha qualcosa da dire, qualcosa che potrebbe essere spiegato in poche parole, ma decide di esprimerlo attraverso uno spettacolo di magia.

 

 

9) IDA (2013 – Pawel Pawlikowski)

 

 

Ida è un film che racconta una storia ambientata in Polonia negli anni ’60. Una storia molto triste, ma in qualche modo necessaria. La storia ricorda a tratti quella di Everything is illuminated, hanno parecchie cose in comune, ma sono due film completamente diversi, quasi opposti nel modo di raccontare.

Questo è un film che sa d’altri tempi. Ok, è in bianco e nero; ok, è ambientato in altri tempi… ma intendo che ha un sapore di letteratura classica. È un degno erede di arti narrative di tempi ormai passati. Eppure è del 2013.

Il regista ha fatto un ottimo lavoro (ha anche co-scritto la sceneggiatura), la regia non è mai lasciata al caso. Ci sono moltissime inquadrature angolate, figure tagliate, non centrate, piani ravvicinatissimi che si alternano a campi lunghi, e tutto è funzionale al susseguirsi degli eventi e alle conseguenze emotive degli eventi. Senza, però, mai lasciarsi andare. La regia, la fotografia, i dialoghi, tutto è in perfetto equilibrio, su una delicata e allo stesso tempo solida superficie. La colonna sonora è quasi assente (ci sono un paio di canzoni diegetiche, cioè riprodotte o suonate all’interno dell’ambiente in scena) tranne che nel finale. Questa assenza di commento sonoro non pesa tanto perché il film ha un ritmo lento ma riesce a essere molto cadenzato, grazie al modo in cui sono gestite la durata e il concatenarsi delle scene.

Il film rispecchia la sua protagonista, e infatti si chiama Ida come lei.

È un film pulito, educato, essenziale, silenzioso e rigoroso.

 

 

 

10) LE TOUT NOUVEAU TESTAMENT (DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES, 2015 – Jaco Van Dormael)

 

 

Le tout nouveau testament è un film che tutti dovrebbero vedere.

C’è tutto in questo film.

Dovrebbe essere una commedia, e infatti è molto divertente. Ma è anche una satira. E una favola. E una parabola. Ti fa anche commuovere. Ti fa riflettere. Ti fa viaggiare. Ti fa incazzare. Ti fa sognare.

Il punto di partenza è che Dio vive a Bruxelles con sua moglie e sua figlia Ea di 10 anni (suo figlio JC è andato via di casa già da un pezzo) ed è… come posso dirlo senza bestemmiare?… diciamo che Dio non è proprio una brava persona, ecco.

Senza dire nient’altro della vicenda, posso dire che da qui prende avvio una storia multiforme, divisa in capitoli, paragrafi e versetti. Ogni personaggio secondario ha una sua storia, con una sua musica (quasi sempre classica) e un suo finale/miracolo.

 

 

Lo stile del film è impeccabile. Regia, fotografia, colonna sonora, montaggio, effetti speciali, non c’è niente che sia fuori posto o di un livello inferiore rispetto agli altri elementi stilistici. Dormael conosce bene il cinema e la tradizione narrativa occidentale, soprattutto europea. Il film, infatti, è tipicamente europeo nei temi trattati, nell’ironia e nel cinismo usati per trattarli, e nei dialoghi estremamente poetici.

Ci si può vedere pressoché di tutto in questo film, una critica alla religione, un film femminista, una critica alla società e all’uomo. O si può non prenderlo troppo sul serio. Perché il regista non ha voluto fare un film serio, ha voluto fare un film divertente e incantevole. E ci è proprio riuscito.

 

 

 

 

 

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