CINEMA E PITTURA (PARTE SECONDA)

 

Stesso gioco della settimana scorsa.

È di nuovo il mio turno.

C’è una ragione in più per cui ho deciso di dividere l’argomento in due parti. Oltre a una questione di lunghezza, è anche una questione di omogeneità. Gli accostamenti cinema/pittura che ho descritto nella prima parte si basano su una somiglianza stilistica, mentre oggi continuerò il discorso creando abbinamenti più sulla base di principi e concetti.

Un’operazione che mi permette sia di variare un po’ e rendere il gioco più avvincente, sia di articolare un ragionamento di vicinanza estetica più complesso perché le prossime correnti artistiche di cui parlerò sono difficili da accostare a singoli film seguendo una logica puramente visiva.

 

Let’s go on, shall we?

 

CUBISMO (ANALITICO)

Il Cubismo è una delle correnti artistiche più conosciute, specialmente il Cubismo analitico, quello di Picasso e Braque. Le idee che stanno alla base di questa corrente (non solo pittorica) traggono direttamente origine dall’epoca storica in cui è nata e si è sviluppata, l’epoca del funzionalismo (siamo nei primissimi anni del Novecento).

Queste idee di base sono: l’opera è una forma-oggetto con una sua automa realtà e una sua specifica funzione, davanti a essa non bisogna chiedersi cosa rappresenti ma come funzioni; l’opera non rappresenta in alcun modo l’individualità dell’artista; gli elementi principali del quadro sono quelli cromatici e quelli plastici; la non-distinzione tra l’oggetto e il fondo; l’abolizione del senso di profondità; la scomposizione e la sovrapposizione degli oggetti e dello spazio con lo scopo di restituire all’occhio umano la loro immagine da più punti di vista contemporaneamente: l’immagine viene mostrata da tutte le angolazioni nello stesso istante-quadro creando un’unità temporale assoluta, ossia la quarta dimensione; uso plastico della luce e dei colori, trattati anch’essi come strutture spaziali.

L’obiettivo finale delle opere cubiste è di presentare gli oggetti, non per come appaiono, ma per come realmente sono, nel loro rapporto con lo spazio, per come noi li vediamo nella realtà muovendoci intorno ad essi, avvicinandoci, allontanandoci, inclinandoci.

Da ogni punto di vista noi vediamo un’immagine diversa dell’oggetto, e vediamo diversamente anche lo spazio intorno all’oggetto e in funzione di esso e della luce.

Quindi, secondo queste intenzioni e questi procedimenti, le opere cubiste non sono sicuramente naturaliste, ma sono assolutamente realiste, volendo ricreare in un’unica immagine e su un’unica tela (nel caso di un quadro), che è una superficie a 180°, quello che i nostri occhi vedono muovendosi nel tempo e nello spazio, dunque sommando più visioni a 180° (il nostro campo visivo è di circa 180°, un angolo piatto in termini geometrici, da qui la volontà cubista di lavorare con superfici piatte abolendo la terza dimensione, cioè la profondità).

 

Ora, tutto quello che ho appena detto, devo collegarlo al cinema…

Ovviamente, trovare un film che “assomigli” a un quadro cubista, non è facile e, sinceramente, nemmeno molto interessante.

Più interessante è, per me, associare un film considerando, non lo stile visivo, ma le logiche strutturali su cui si basano le opere del cubismo analitico.

A parte il discorso della mancanza del senso di profondità, che nel cinema è possibile solo nei film d’animazione, tutto il procedimento sulla scomposizione degli oggetti e dello spazio e del tempo, la creazione di più punti di vista della stessa immagine nella stessa opera, a me fa pensare proprio a uno degli elementi fondanti e caratteristici del linguaggio cinematografico, e cioè il montaggio.

 

Non sembra che Picasso abbia fatto una somma di decine e decine di inquadrature di Ambroise Villard?

 

Il montaggio cinematografico non fa altro che scomporre e ricomporre lo spazio e il tempo, può scomporli in qualunque modo e ricomporli in qualunque ordine (come ho spiegato in questo post).

 

Adesso, però,  mi tocca scegliere un film.

In base a quello che ho appena detto, avrei potuto scegliere un qualunque film che non sia un unico piano-sequenza, no?

No, non sarebbe stato molto divertente.

Escludendo, lo ripeto, la possibilità di abbinare al cubismo un film cubista degli anni venti o un film che somigli visivamente a un quadro cubista, ho provato, invece, a pensare in maniera più “laterale” e più estesa.

Avrei potuto scegliere Psycho (1960) di Hitchcock per la scomposizione dello spazio e della figura nella scena della doccia (se si unissero le oltre 70 inquadrature in un’unica superficie piana, si otterrebbe proprio un’opera cubista), ma è un procedimento che riguarda soltanto la dimensione spaziale e soltanto quella scena.

Avrei potuto scegliere Memento (2000) di Nolan o tantissimi altri film che scompongono e ricompongono la linea temporale. Ma qui, invece, riguarderebbe solo il tempo.

Avrei potuto scegliere Rashômon (1950) di Kurosawa o 21 grams (2003) di Iñárritu per i punti di vista multipli in cui si dividono, anche temporalmente, ma entrambi vogliono ricomporre una storia drammatica, importante, in cui sono coinvolte le emozioni individuali. E nelle opere cubiste l’importante è il funzionamento, non il significato.

E allora ho scelto Reservoir dogs (Le iene, 1992) di Quentin Tarantino. Perché in questo film sia l’unità temporale sia quella spaziale sono scomposte e manipolate; perché ci sono punti di vista multipli, più punti di vista per ognuno dei tanti co-protagonisti e personaggi coinvolti , grazie all’uso di inquadrature soggettive, e più punti di vista assunti dalla macchina da presa (che alterna continuamente inquadrature oggettive a false soggettive); perché, anche ricomponendo tutti i punti di vista e tutte le linee temporali, non c’è nessuna profondità drammatica; perché lo spazio non ci è dato come semplice sfondo, ambiente in cui hanno luogo gli eventi: o non ci viene mostrato o ci viene mostrato parzialmente o diventa tutt’uno con i personaggi, in ogni caso spazio e figure/oggetti sono messi sullo stesso livello strutturale; il tempo è scomposto e ricomposto attorno ai personaggi e agli spazi, creando quell’effetto “quarta dimensione” tanto cara ai cubisti. In Reservoir dogs tutti gli elementi sono sezionati, ricombinati e presentati sullo stesso piano, e la sua unica ragion d’essere è il suo funzionamento, non il suo significato.

 

 

 

FUTURISMO

Il Futurismo è stato un movimento italiano molto particolare, che si estendeva a tutte le discipline. Io ho come un rapporto di amore-odio con il Futurismo, perché non condivido assolutamente i principi teorici, specialmente quelli politici e sociali, ma non posso e non voglio negare che esteticamente le opere futuriste mi piacciono, e anche tanto. Fortunatamente sono una persona molto obiettiva, non mi faccio influenzare da simpatie e antipatie se devo esprimere un giudizio che non ha niente a che fare con le mie simpatie o antipatie.

Lasciando stare, quindi, che i futuristi dicevano che la guerra è l’unica igiene del mondo, che bisogna glorificare il disprezzo per la donna, che bisogna distruggere musei, biblioteche e accademie e altre genialate simili, da un punto di vista esclusivamente estetico-stilistico le opere futuriste hanno queste principali caratteristiche: esaltazione del movimento, della velocità; rappresentazione di come il moto modifica i corpi, le forme, le linee, i colori, lo spazio; esaltazione della modernità; aggressività ed emotività immediata e traumatica (“l’immagine psicologica del moto“); superamento della concezione temporale cubista e della sua analiticità logica e razionale: il tempo nelle opere futuriste è veloce, non lascia spazio al raziocinio e supera il concetto di cronologicità (“Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente“); complementarietà dei colori nelle opere pittoriche; esaltazione di temi e concetti come l’energia, il coraggio, il pericolo, la temerarietà, la lotta, la ribellione.

 

 

 

Tanti film mi sono venuti in mente, ma uno si è fatto strada in mezzo alla folla. Probabilmente è un abbinamento scontato ma non fa niente: Lola rennt (Lola corre, 1998) di Tom Tykwer. Questo è il film che già dal titolo è un’esaltazione del movimento e della velocità, e tutti gli elementi del film (colonna sonora, inquadrature, montaggio) convergono verso questa emotività immediata e traumatica della velocità, del moto e del tempo. La corsa veloce di Lola influenza lo spazio attorno a lei fino ad arrivare a determinare il corso degli eventi e le sue brusche “frenate” fanno piegare il tempo su se stesso, per ricominciare tutto da capo; ha un sapore molto moderno e occidentale; contrasti cromatici fra colori primari; ha un carattere molto aggressivo e ribelle (anche nel senso più “criminale” del termine). Meglio di così?

 

 

 

METAFISICA

La Metafisica è stata una corrente pittorica italiana che ha avuto vita molto breve ma che ha fornito le basi per la nascita del Surrealismo. Le opere del suo fondatore e maggior esponente, Giorgio De Chirico, esprimono esattamente l’opposto di ciò che vogliono esprimere le opere futuriste. La pittura metafisica rappresenta la stasi, il silenzio, l’assurdo, l’inspiegabile. Le caratteristiche stilistiche e compositive sono: ombre e luci irreali; architetture monumentali e classicheggianti inserite in ambienti pseudo-urbani alienanti, popolati da manichini, statue e oggetti ordinari e casuali; assenza di significati e relazioni tra le cose; prospettiva deformata che crea spazi impossibili, angoscianti. È proprio questo senso di profondità irreale e impossibile che trasmette questa assenza di senso, questa angoscia dell’immobilità, ed è ciò che rende queste opere uniche.

 

 

 

C’è un solo film a cui riesco a pensare: Citizen Kane (Quarto potere, 1941) di Orson Welles. Ogni volta che lo guardo, a me vengono in mente i quadri metafisici di De Chirico.

Citizen Kane è uno dei film più importanti della storia del cinema e questo è dovuto, oltre che all’introduzione del piano-sequenza, all’uso della profondità di campo, cioè la tecnica fotografica che permette a ogni elemento inquadrato di essere a fuoco, sia quelli in primo piano sia quelli in lontananza. Questa tecnica era stata bandita dai produttori americani perché distraeva e confondeva l’occhio dello spettatore che non sapeva dove posarsi. Orson Welles, per il suo debutto alla regia, ha deciso di sperimentare (lui affermava in realtà di non avere idea di cosa stesse facendo) utilizzando speciali lenti grandangolari e luci artificiali potentissime. Questa tecnica fotografica crea l’effetto di spazi, appunto, irreali. Lo spazio si deforma, si muove e si dilata, insieme alle figure, creando un forte senso di ambiguità, inquietudine e vuoto, che è proprio quello che Welles voleva trasmettere, raccontando la storia di Charles Foster Kane, e quello che De Chirico voleva trasmettere nei suoi quadri.

 


 

 

SURREALISMO

Il Surrealismo è la corrente artistica che rifiuta la razionalità e la realtà ed esalta il sogno e l’irrazionale. Le opere surrealiste possono comprendere tante tecniche diverse (molte prese dal movimento dadaista) ed avere stili diversi, la cosa che le accomuna è la rappresentazione dell’inconscio, del sub-conscio, del fantastico e dell’onirico. Il Surrealismo è la corrente artistica che amo di più e potrei parlare delle opere di Magritte, Ernst e Dalì all’infinito, ma non è il caso.

 

 

 

 

Così come le mie opere pittoriche preferite sono quelle surrealiste, i miei film preferiti sono quelli più surreali e assurdi. E il cinema, di suo, è praticamente surreale per definizione. Potrei nominare centinaia se non migliaia di film. Provando ad attenermi all’estetica dei quadri surrealisti, forse riesco a restringere il campo. Mi vengono in mente ugualmente una marea di titoli, di Lynch, Burton, Fellini, Jodorowski, Buñuel, Gilliam, Gondry… Ok, ne scelgo tre, visto che ho scelto tre pittori surrealisti che hanno stili completamente diversi, e, volendo, i film che ho scelto potrebbero essere abbinati rispettivamente alle opere di Magritte, Ernst e Dalì. Sto parlando di: Being John Malkovich (Essere John Malkovich, 1999) di Spike Jonze, il cui surrealismo viaggia su un piano mentale e d’identità, à la Magritte; La planète sauvage (Il pianeta selvaggio, 1973) di René Laloux, un film animato che sembra proprio un quadro surrealista in movimento, uno di quelli con colori irreali e popolati da creature fantastiche; La science des rêves (L’arte del sogno, 2006) di Michel Gondry, che è una rappresentazione volutamente infantile di una storia in cui non si distingue la realtà dal sogno, un racconto dal tocco romantico e giocoso.

 

 

 

 

The end.

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