“L’AVVENTURA” DI MICHELANGELO ANTONIONI

 

Dopo la stagione tipicamente italiana del neorealismo, gli anni ’60 hanno segnato l’inizio dell’era moderna del cinema italiano. Precisamente l’anno 1960 è stato un colossale punto di svolta. È stato l’anno di uscita di tre capolavori italiani: La dolce vita di Federico Fellini, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti e L’avventura di Michelangelo Antonioni.

Tre film di tre maestri del racconto cinematografico, che delineano le conseguenze, rispettivamente, etiche, sociali ed esistenziali del post dopoguerra e del “miracolo” economico italiano.

Tre film, se vogliamo, complementari.

Ognuno di essi guarda e descrive questo periodo di crisi, soggettiva e collettiva, da un punto di vista diverso.

Ma, mentre La dolce vita Rocco e i suoi fratelli sono di più facile interpretazione e sono ancora riconducibili a stili narrativi e visivi classici o in qualche modo familiari, L’avventura è un film molto complesso ed estremamente moderno.

Anche a guardarlo oggi risulta destabilizzante e “nuovo”.

L’avventura è il primo capitolo della trilogia esistenziale o dell’incomunicabilità che continuerà con La notte nel 1961 e con L’eclisse nel 1962 (molti la considerano una tetralogia, comprendendo come ultimo capitolo Il deserto rosso del 1964).

E, come primo capitolo, dà avvio alla poetica antonioniana dell’inconsistenza dei sentimenti e dell’impossibilità di capire e vivere la realtà. Ma dà anche avvio ai suoi caratteristici racconti alienanti, che vanno ben oltre questa trilogia/tetralogia.

 

Non farò, di questo film, un’analisi sistematica e completa per due motivi.

Primo, perché passeresti ore a leggere questo post.

Secondo, perché è sbagliato “spiegare” troppo questo film. Antonioni, con L’avventura, vuole destabilizzarci, farci estraniare e farci provare una sensazione di vuoto e d’assurdo.

 

La vicenda de L’avventura si apre con la presentazione (o meglio la non-presentazione) dei tre personaggi principali: Anna, Sandro (i quali hanno una relazione) e Claudia (amica intima di Anna), tre ricchi borghesi romani. Insieme partono per una vacanza tutta siciliana e raggiungono altri amici. A Lisca Bianca (Isole Eolie) Anna scompare. Durante le ricerche (e le varie tappe in giro per la Sicilia) Claudia e Sandro iniziano una relazione, nonostante Claudia fosse inizialmente combattuta.

Potremmo riassumere così la trama de L’avventura.

Ma non si può riassumere così il film L’avventura.

Perché è tutt’altro rispetto a quello che sembra. Le apparenze, in questo film, durano poco.

Tutto dura poco. Identità, sentimenti, dolore.

I personaggi non hanno e non danno nessuna certezza.

Una drammaturgia dell’assurdo tiene insieme legami precari tra fili tematici e psicologici sottilissimi.

E, su questa struttura di carta, Antonioni tiene in equilibrio un racconto ermetico. Fatto di alternanze tra tempi lunghi e brevi, tra lunghi silenzi e brevi dialoghi incisivi, tra movimenti eleganti e sguardi carichi di erotismo, tra spazi pieni e spazi vuoti.

Tutto il film è un gioco di rimandi e sostituzioni.

Rimandi visivi, riflessi, ombre. Rimandi sonori, echi, rintocchi.

Sostituzioni e cambi continui. Come in un gioco di squadra. Come in una recita teatrale.

 

L’avventura cambia e si sostituisce anche nella sua essenza stessa di film.

A mio parere è uno dei migliori esempi di genre-crossing film, cioè un film che passa da un genere all’altro.

Ha un prologo da romance drammatico. Poi Anna, quella che crediamo sia la protagonista dell’intreccio amoroso, scompare nel nulla e il film diventa una mystery story. Ma dopo pochissimo diventa di nuovo romance, ma ancora più drammatico, con una coppia diversa come protagonista. Mentre il mistero ancora è vivo. Le ricerche, le indagini. Forse siamo sulla pista giusta. E a questo punto il mistero svanisce senza risolversi, svanisce il sentimento del mistero e con esso, il dolore. E, allora, possiamo goderci la love story, magari doveva essere fin dal principio questo il punto di arrivo. Forse possiamo finalmente smettere di corrugare la fronte. E invece no.

Il film finisce e ci lascia con un senso di insoddisfazione. Ci lascia turbati e spaesati. Non capiamo quali sensazioni stiamo provando. È difficile colmare subito il vuoto che ci ha lasciato e ritornare allegramente alla realtà, a noi stessi.

 

Dal punto di vista compositivo L’avventura è un’assoluta novità nel panorama cinematografico italiano dell’epoca.

La colonna sonora è fatta più di silenzi e di rumori che di musica. Antonioni ha dichiarato “Ne L’avventura mi è parso più giusto insistere sui rumori che sulla musica”, perché la musica fa “ambientare” facilmente lo spettatore. Se ci fosse stata una colonna musicale continua ad accompagnare le immagini, il pubblico avrebbe avuto qualcosa da seguire e non si sarebbe sentito così alienato. Invece la musica si sente in rari momenti. E, quando si sente, il tono (o addirittura il genere) del film sta cambiando. E altrettanto significativi sono i momenti in cui la musica si interrompe.

Le ambientazioni siciliane fanno da perfetto sfondo ai drammi esistenziali dei personaggi. Anzi sfondo non è la parola più esatta. Perché in questo film gli ambienti non sono una semplice cornice estetica, hanno un ruolo complementare a quello dei personaggi. Le isole, gli edifici barocchi, le frazioni montane deserte, tutto rimanda all’impossibilità di comunicare, alla stasi, al tempo che non passa ma che poi, in un attimo, può cancellare tutto. Ma la Sicilia è l’ambientazione perfetta anche perché un luogo più “freddo”, associato alle crisi esistenziali dei protagonisti, avrebbe reso questo film asettico.

 

Una figura compositiva costante in tutto il film è rappresentata dall’elemento finestra/porta. Le finestre rappresentano sia le cornici dello spazio visibile sia, e soprattutto, le soglie degli spazi scenici. Le finestre delimitano interni ed esterni, cioè spazio di scena e spazio fuori scena. Questo elemento è associato in modo particolare a Claudia (Monica Vitti) che è il personaggio su cui ricadono tutte le crisi esistenziali e d’identità e tutto il peso dell’impossibilità dei sentimenti.

Claudia è spesso sulla soglia, a guardare una scena di cui non fa parte (o non fa ancora parte). Altre volte la vediamo fuori dalla finestra, mentre noi siamo dentro. Claudia vorrebbe entrare in scena ma sta all’ingresso o, più spesso, si allontana dalle entrate. O, quando è finalmente dentro, resta sola e finisce col fuggire terrorizzata.

 

 

Infine, un’altra costante del film è l’inquadratura di spalle. È una cosa molto inusuale (pensa nel 1960) riprendere gli attori perfettamente di spalle per così tanto tempo e così di frequente. Ne L’avventura è uno dei piani più ricorrenti, diventa quasi una figura retorica, perché è carico di significato. Un personaggio di spalle è distante dal pubblico, estraneo all’obiettivo. Non vediamo dove e cosa guarda, che espressione ha…

 

Questa figura visiva ricorrente è uno degli elementi compositivi più estranianti del film, perché ci esclude, non ci permette di appropriarci delle emozioni in gioco. Anche in questo caso il personaggio che più spesso vediamo di spalle è Claudia, ed è con lei (secondo le logiche narrative) che dovremmo immedesimarci. Ma Antonioni non vuole. Perché neanche Claudia riesce a immedesimarsi con se stessa.

 

L’avventura è voler far parte di una storia che non ci vuole e, nello stesso momento, voler uscire da una storia che non ci appartiene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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