“DIVORZIO ALL’ITALIANA”

 

In queste settimane sto tenendo un corso di storia e critica del cinema sui capolavori della filmografia italiana degli anni sessanta. E, durante la scorsa lezione, ho analizzato Divorzio all’italiana.

Non potevo non dedicare un’intera lezione a Divorzio all’italiana.

Così come non posso non dedicare un intero post a Divorzio all’italiana.

Perché è uno dei film italiani più importanti.

Perché è uno dei film più divertenti di sempre, non solo del cinema italiano.

Anzi, probabilmente, è il film che mi diverte e mi fa ridere più di qualunque altro. Potrei riguardarlo un milione di volte senza mai stufarmi, senza mai sentire lo scorrere di quei 105 minuti.

 

Divorzio all’italiana è la commedia nera per eccellenza.

Senza svelare troppo, la vicenda è questa: città siciliana immaginaria di Agramonte. Il barone Ferdinando “Fefè” Cefalù è infelicemente sposato con Rosalia e segretamente innamorato di Angela, sua cugina. Comincia, allora, ad avere fantasie omicide nei confronti della moglie. Quando scopre che la reclusione per delitto d’onore va dai tre ai sette anni (e convincendosi di poter ottenere il minimo della pena), si ingegna per trovare un amante a Rosalia e coglierla in flagrante per poterla uccidere ed essere finalmente libero di sposare Angela.

 

 

 

Iniziamo dallo stile…

 

Come ho detto, Divorzio all’italiana rientra nel genere delle commedie nere.

Nero non è solo il colore per così dire dei toni drammatici e macabri dei contenuti.

Ma è, in questo film, proprio il tono visivo, fotografico delle immagini.

La fotografia è assolutamente distante dagli standard italiani dell’epoca (soprattutto considerando i toni chiari e luminosi della recente stagione neorealista).

Il bianco e nero di Divorzio all’italiana ha un sapore molto internazionale, ricorda i film horror tedeschi o statunitensi degli anni ’30. Contrastatissimo, pieno d’ombre, fatto di neri nerissimi, un bianco e nero decisamente molto più nero che bianco (che si abbina perfettamente, tra l’altro, agli ambienti siciliani barocchi).

 

 

Il ritmo del film è veloce, anche quando rallenta. Il montaggio è prepotente e mai uguale a se stesso, e si fa notare.

Particolari degni di nota, per quanto riguarda il montaggio, sono alcune scene in cui la pellicola viene manipolata.

Ci sono alcune scene in cui i movimenti sono accelerati; e in una scena vediamo (in maniera del tutto fantastica, in quanto diegeticamente impossibile) il riavvolgersi delle immagini insieme all’audio del nastro che Fefè/Marcello Mastroianni sta davvero riavvolgendo.

I fratelli Lumière ne andrebbero fieri.

 

La regia è molto nervosa e si sposa perfettamente con lo stile del montaggio.

La macchina da presa fa sentire, anch’essa, la sua presenza. Percepiamo l’obiettivo e tutti i suoi spostamenti (fisici e ottici). Il regista, Pietro Germi, compone inquadrature incisive e singolari, spesso con angolazioni strane. E, a volte questi movimenti di macchina sono funzionali alla narrazione, altre volte sono gratuiti e, per questo, estremamente divertenti.

 

 

E, soprattutto, Germi ci fa un regalo che non ha prezzo: ci fa assistere alla scena in cui Marcello Mastroianni va al cinema a vedere La dolce vita.

 

La traccia audio è altrettanto particolare.

Il commento musicale è perlopiù intensamente siculo. Il leitmotiv è una marcia funebre (che magistralmente, in una scena, passa da colonna sonora extra-diegetica a musica diegetica suonata dalla banda e, senza soluzione di continuità, ridiventa colonna sonora).

E, sempre in un perfetto matrimonio con lo stile visivo, in alcune scene i toni si fanno più leggeri e, in altre, le sonorità diventano propriamente tetre, come se stessimo guardando un vero e proprio film horror.

 

Ma l’elemento sonoro più rilevante è senza dubbio la voce fuori campo.

Per tutto il film noi sentiamo la voice-over del barone Fefè ma in un modo molto inusuale e a dir poco geniale.

Sentiamo la sua voce non che racconta gli eventi (a eccezione dei primi minuti del film in cui ci presenta la sua città e i personaggi principali), la sentiamo come lui la sente nella sua mente. Sentiamo i suoi pensieri.

La voice-over si interrompe quando lui interrompe il flusso dei suoi pensieri, quando qualcuno entra dalla porta mentre lui sta ragionando (immaginandosi anche le parole che l’avvocato userebbe per la sua difesa); si abbassa di volume quando è vicino alla moglie e ha quasi paura che possa sentirlo.

Siamo letteralmente nella sua testa.

 

 

Per quanto riguarda il contenuto il film ha un’importanza storica, politica e sociale che non viene minimamente oscurata dallo stile visivo e narrativo.

Anzi, il suo tono da commedia nera, da satira horror, fa arrivare il messaggio forte e chiaro: “È possibile che nel 1961 esiste ancora il delitto d’onore e non esiste invece una legge sul divorzio? E fatela sta benedetta legge!”

 

 

Nel 1970, finalmente, è stata fatta.

Prima no, però.

Era troppo presto. Troppo prematuro.

Vabbè… almeno così, oggi, abbiamo sia il divorzio sia Divorzio all’italiana.

 

 

 

 

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