“THE GRAND BUDAPEST HOTEL”

 

The Grand Budapest Hotel è l’ultimo film realizzato da Wes Anderson, uscito nel 2014, liberamente ispirato alle opere dello scrittore austriaco Stefan Zweig.

È di una bellezza così folgorante che, già mentre lo stavo guardando per la prima volta, avevo intuito che sarebbe diventato una delle mie opere preferite.

Uso la parola opera non a caso, perché non è solo un film, è un’opera “totale”.

Vediamo se riesco a esprimere liberamente e istintivamente quello che per me è The Grand Budapest Hotel

Un concerto sinfonico di prosa e poesia, cantato da bambini e suonato da strumenti colorati, dipinto su tele che si muovono secondo una perfetta coreografia dal sapore dolce e dal profumo incantevole.

Perché mi sono espressa per sinestesie?

Perché The Grand Budapest Hotel è una grande, immensa sinestesia.

La sinestesia, in caso non ti ricordassi, è quella figura retorica che associa (di solito due) parole appartenenti a sfere sensoriali diverse. Ed è quello che ho fatto io. Perché è quello che ha fatto Wes Anderson con la sua maestria, o meglio, con la sua magia.

Questo film coinvolge e gratifica tutti i nostri sensi: i nostri occhi sono incantati davanti a questi meravigliosi colori, ai giochi di contrasti, di luci e ombre, viaggiano nello spazio filmico coreograficamente insieme alla macchina da presa; le nostre orecchie sono deliziate dalla colonna sonora e dai dialoghi insoliti e geniali; abbiamo la sensazione di toccare ogni pezzo di carta mostrato in dettaglio, ogni chiave, di tenere in mano ogni giornale; ci sembra quasi di sentire in bocca il gusto dei dolci di Mendl’s preparati da Agatha; e ci sembra di sentire L’air de Panache, il profumo indossato da Monsieur Gustave.

 

 

 

Tra tutte le pseudo-fiabe di Anderson, questa è senza dubbio la più complessa e la più letteraria.

Il film riesce a superare la logica dei generi ed è uno di quei film in cui la forma non può essere né separata dal contenuto né ignorata. Il che non è insolito nei film di Wes Anderson ma, in The Grand Budapest Hotel il regista è andato davvero oltre, aggiungendo e superando le sue tipiche atmosfere fiabesche e surreali e la singolarità dei personaggi.

Perché la vicenda, la storia raccontata potrebbe anche essere il soggetto di un thriller o di un giallo. Invece Wes Anderson, non solo ha ideato e scritto questa storia, ma l’ha soprattutto decorata e confezionata con carta colorata, l’ha esposta dentro una cornice preziosa in una vetrina d’altri tempi, anzi d’altri mondi, proprio come un pasticcino di Mendl’s.

 

 

Mi risparmio di scrivere la trama. Dico, però, che in soli 99 minuti (compresi titoli di testa e coda) il film riesce a raccontare una storia comunque articolata e dai risvolti anche molto drammatici, facendoci, però, entrare in un mondo letteralmente bellissimo e facendoci vivere un’avventura fantastica.

Gli eventi sono così surreali e così dolcemente presentati che anche gli episodi violenti non fanno più effetto di quello che farebbe una mela avvelenata in un libro per bambini.

È una delle opere cinematografiche più perfette che io abbia mai visto.

E non sono il tipo che si fa scappare affermazioni così impegnative con leggerezza.

Ogni elemento di questo film è perfetto. E si combina perfettamente con tutti gli altri, in un gioco alternato di sovrapposizioni e incastri, che è proprio la struttura su cui regge la narrazione.

Il racconto si sviluppa su quattro livelli temporali: il 2014, il 1985, il 1968 e gli anni ’30. A cui corrispondono quattro formati del frame, del rettangolo della visione (gli aspect ratio sono in realtà tre), che fanno da scatole cinesi alla storia del Grand Budapest. Senza andare troppo nel tecnicismo, in poche parole ogni livello temporale ha una sua specifica forma e dimensione.

 

 

Oltre alla suddivisione su più livelli temporali, il film è anche suddiviso in capitoli, cosa non nuova e solitamente non così tanto degna di nota. Ma l’attenzione nei dettagli e il senso estetico di Wes Anderson hanno fatto sì che io non possa non omaggiare la cura che è stata messa nelle “didascalie” che indicano l’inizio di ogni nuovo capitolo del film.

 


 

La caratterizzazione dei personaggi è, come in tutti i film di Anderson, estremizzata e studiata nei minimi dettagli.

Ha aiutato, naturalmente, il fatto di avere un cast eccezionale: Ralph Fiennes, Jude Law, F. Murray Abraham, Adrien Brody, Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, ecc…

Il personaggio di cui non posso non parlare è M. Gustave H, interpretato da Ralph Fiennes, il personaggio, se vogliamo, più importante di tutta la storia. La sua performance è straordinaria, impossibile da dimenticare. Il suo Gustave H è uno dei personaggi più affascinanti di sempre. Elegante, garbato, amante della bellezza, dell’arte, della poesia, amante delle belle parole, delle belle apparenze, superficiale ma in fondo umano, estremamente composto come il suo nobile accento british, bizzarro nei movimenti e nell’adorabile inappropriatezza spesso comica delle sue reazioni e delle sue risposte.

 

 

La regia di Anderson è, senza stupore, assolutamente eccezionale. I suoi movimenti di macchina veloci e simmetrici, qui, raggiungono un livello stellare. E le composizioni delle inquadrature sono, per un’esteta come me, da bava alla bocca.

La fotografia di Robert Yeoman è una delizia, sia per quanto riguarda i colori e i contrasti luminosi, sia per la scelta delle lenti fotografiche da usare per ogni formato del frame. La combinazione della fotografia e delle scelte estetiche di composizione delle inquadrature del regista e anche del bellissimo lavoro di matte painting (i fondali dipinti o realizzati in digitale), fa di ogni immagine un’opera visiva incredibile.

 

 

 

 

 

La colonna sonora di Alexandre Desplat è, praticamente, una protagonista di questo film. È una vera e propria opera musicale, non solo un commento sonoro. Si possono sentire chiaramente suoni di strumenti tipici dell’est, ma anche di strumenti classici un po’ “superati” come l’organo a canne, in una composizione omogenea ma mai uguale. Ogni personaggio ha il suo tema musicale, ogni scena o ambientazione ha il suo tema musicale. Una colonna sonora insolita, come il film che accompagna, dal sapore a tratti familiare a tratti totalmente nuovo.

Il montaggio non è invasivo ma non è nemmeno un montaggio classico, è equilibratissimo nella sua modernità, sincronizza e incastra tutti questi elementi visivi e sonori, ancora una volta, alla perfezione.

 

 

The Grand Budapest Hotel forse (devo, purtroppo, considerare questa possibilità) può non piacere a tutti, è un film da animi delicati e sognatori, per chi ama e omaggia la bellezza in ogni sua forma, per chi ancora si fa trasportare dalla fantasia e non si fa bastare un mondo probabile e poco colorato.

 

 

 

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